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PRATICANTI O CONVERTITI?

Con il battesimo ricevuto nel Giordano, Gesù è proclamato da Dio suo Figlio amato e al momento delle tentazioni ha operato la scelta di fondo riguardo allo svolgersi della sua missione. Ecco ora la proclamazione della “buona notizia”: Dio, per mezzo di Gesù Cristo, si è fatto definitivamente vicino all’uomo. Di fronte al Regno di Dio che viene, si impone la scelta dell’uomo: accogliere o rifiutare la persona stessa di Gesù. Far questo non vuol dire soltanto condividere un’idea o un progetto: si tratta piuttosto di lasciarsi guidare da un parola che coinvolge e trasforma la vita, una Parola pronunciata da Gesù, Colui che è fedele e non viene meno alle sue promesse.E quando io mi rivolgo a Gesù, e lo riconosco “significativo” per la mia vita, quando lo accolgo come “Vangelo di Dio”, nasce quell’atteggiamento che noi chiamiamo “conversione”. Essa dunque, è una realtà che riguarda primariamente “me stesso”, la mia persona, la mia situazione e non “gli altri”. L’episodio di Giona mandato a predicare agli abitanti di Ninive ci aiuta a comprendere: egli conosceva Dio come colui che è “clemente e misericordioso”, eppure si rifiuta di rivolgersi a persone che ritiene perdute per sempre. Solo di malavoglia acconsente a fare quanto Dio gli comanda ed allora c’è soltanto meraviglia: gli abitanti di Ninive si convertono. Nonostante la loro iniquità.Con grande ironia il libro di Giona ci suggerisce che la conoscenza di Dio può essere un ostacolo alla conversione. Questa, infatti, ci costringe a prendere posizione in modo personale. Non basta essere persone “religiose” o “praticanti” per chiamarci discepoli di Gesù, cioè “cri-stiani”; come Giona siamo chiamati ad “uscir fuori” dalle nostre convinzioni per accettare il punto di vista di Dio, anche quando spiazza le nostre convinzioni. Tutto ciò diventa possibile se ciascuno ha sentito risuonare dentro di sé l’appello rivolto ai primi discepoli: “ S e g u i m i ! ”

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